Le mummie di gatto del Museo Egizio di Torino

Non solo papiri, scarabei e faraoni: per un po’ di tempo lungo il percorso interno del Museo Egizio sarà ancora possibile affacciarsi sul laboratorio dedicato allo studio delle mummie animali. Basta raggiungere la Sala 10 a cui si accede percorrendo la galleria dei sarcofagi: qui un team di quindici pazienti studiosi esaminano cani, ibis, coccodrilli, pesci, serpenti, falchi e gatti per capire anche il valore che questi avevano nell’antico Egitto.

Sono parecchie le divinità egizie che assumono sembianze animali, basti pensare alla dea Bastet che si incarna nel gatto o al dio Api nel toro o il dio Sobek nel coccodrillo. Alcuni animali servivano come ex voto, cioè offerte che i pellegrini portavano ai sacerdoti dei templi come omaggio alla divinità; altri invece venivano mummificati perché continuassero a tenere compagnia al defunto nel suo viaggio verso l’aldilà. Questo lavoro quotidiano all’interno del museo permette di restaurare e conoscere sempre meglio le tecniche di preservazione dei corpi, che potevano cambiare a seconda dell’animale trattato e dell’imbalsamatore che le eseguiva. Ma soprattutto, fa capire ai visitatori quanto una realtà museale come questa sia viva, benché raccolga le tracce del passato.

Le principali fasi sono tre. L’essiccazione: il sale ha un alto potere disidratante e l’animale defunto è quindi ricoperto da natron (un tipo di sale) per circa 40 giorni per impedire la decomposizione del corpo. L’eviscerazione: gli animali di grandi dimensioni, come tori o arieti, sono eviscerati, ovvero si tolgono loro gli organi interni per conservarli nei famosi vasi canopi. Infine, l’imbalsamazione: è una fase in cui il corpo dell’animale è ricoperto di oli, unguenti o resine. In alcuni casi è mummificata solo una parte dell’animale e per completare la sagoma della mummia sono utilizzate fibre vegetali. I corpi degli animali sono poi avvolti in bende, tra le quali possono esserci anche amuleti protettivi.

4 mesi ago